In un momento di stasi agonistica, e in un periodo di dibattito della vita federale, mi sembra opportuno a questo punto rivolgere l’attenzione all’aria che si respira ai piani meno nobili della nostra struttura.
Leggendo qua e là varie relazioni, diari, impressioni, commenti, giudizi, non è facile tuttavia farsi una chiara idea di come le cose stiano procedendo e di cosa aspettarsi dall’immediato futuro.
Anzi, le cose non appaiono chiare per niente.
Di sicuro la polemica non è amica di nessuna organizzazione, in particolar modo di quelle a carattere sportivo, ma l’esperienza insegna che dove la discussione assume toni esasperati e dove la tolleranza e il buon senso lasciano il passo alle decisioni forti e all’intransigenza, non è difficile riconoscere in tali occasioni la presenza di un problema, tanto più grave quanto la frequenza e l’intensità del (chiamiamolo) malumore si manifesta.
Personalmente ritengo che “giocare a nascondino” non sia corretto, e non riguardi quella ricerca di professionalità tanto sbandierata.
Abbiamo sotto gli occhi esempi eclatanti di strutture sportive ben più navigate della nostra giovane federazione le quali, volendo a tutti i costi salvaguardare interessi di parte ed erigendo paraventi di comodo, stanno lentamente sprofondando, trascinando con sé, oltre ai castelli d’oro e ai redditi milionari, decenni di passione sportiva genuina e disinteressata.
Se dunque un problema esiste, meglio parlarne senza reticenze per cercare di risolverlo, anche a costo di dover dire “scusate, mi sono sbagliato”.
Penso infatti che soprattutto in ambito sportivo non esista l’”irrisolvibile”, purché non si pretenda di essere i depositari della saggezza e del verbo.
Occuparsi di politica, anche se legata alla pratica sportiva, non è sicuramente semplice, ma uno degli errori più comuni e frequenti che ho riscontrato nella mia esperienza passata ai vertici federali (tre legislature non consecutive) è quello di chi si convince che esista un solo modo per gestire un movimento: e in particolare il suo modo.
Esistono a questo proposito vari segnali che possono fungere da indicatore sulla bontà o meno delle scelte di gestione. Tra questi vorrei citare: il raggiungimento degli obiettivi prefissati e condivisi, il grado di accoglimento delle scelte stesse, il costante aumento qualitativo dei prodotti e dei servizi gestiti e, non ultimo, la sensazione di una struttura compatta e unita, dal vertice alla base.
Chiunque a questo punto è in grado di giudicare se e in che misura gli indicatori elencati occupano all’attualità il campo positivo o quello negativo, ma un attento e illuminato “gestore” della cosa pubblica, e lo Sport lo è, dovrebbe saper porre tempestivamente rimedio alle incrinature che minacciano la solidità e la credibilità della struttura che dirige, evitando di nascondere la testa nella sabbia, di giungere a mezzi coercitivi e antipopolari o, peggio, ipotizzando addirittura scenari catastrofici.
Sono molti gli spunti nei quali vorrei addentrarmi in profondità (aumento tasse gara, rimborsi agli atleti Elite, tesseramenti, dignità delle 4 discipline federali, calendari, destinazione delle risorse economiche …) e ognuno di essi meriterebbe un attento dibattito anche “ai piani meno nobili”.
Ritengo tuttavia che a simili argomenti debbano essere riservati spazi adeguati, per non sminuirne l’importanza e perché l’interesse che singolarmente destano non venga oscurato in maniera reciproca.
Avremo quindi presto modo di riparlarne.
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